
“Un amore” di Dino Buzzati
Secondo capitolo - ma solo nella mia mente - della trilogia sulla natura illusoria di certi amori (il primo capitolo, "Belli e Dannati", è un capolavoro, il terzo - sorpresa - è una granata emotiva pronta a esplodere nella mano di ogni lettore), dopo Fitzgerald Buzzati ci porta nella Milano di inizio anni ’60, una Milano iperproduttiva e arrivista, fintamente perbene che nasconde zone d’ombra di peccato, meschinità, volgarità, menzogne, egoismi, piaceri facili, la Milano caliginosa nera fumante di periferia, quella dalla quale proviene la Laide, giovane ballerina della Scala per la quale perde la testa Antonio Dorigo, uomo borghese sulla cinquantina, stimato e rispettato, che mai ha avuto una relazione con una donna e che ha trovato come unica e più semplice ed egoistica via quella di comprare i loro corpi in case di piacere più o meno regolari. Una Milano che il vecchio Dorigo non può toccare, la Laide non lo lascia entrare nella propria vita, troppo giovane per rinunciare veramente alla propria libertà per un misero - per quanto buono - stipendio mensile, quello promessole dal Dorigo come pegno del suo finto amore. La Laide si nasconde dietro badilate di menzogne, volto dolce di ogni illusione.
E quando quest’ossessione - nel momento in cui lei annuncia di voler mettere al mondo una vita - finisce, Dorigo nemmeno lì trova sollievo. Trova solo stanchezza, vuoto e solitudine, degne effigi di ogni delusione. Trova quella grande torre inesorabile e nera, che tutto sovrasta, ritrova ciò di cui si era dimenticato, trascinato via anche da sé stesso da quello che ingenuamente aveva chiamato amore. Si era dimenticato della morte, terribile e misteriosa, eppure sempre presente. Eccola la malattia di Antonio, che cerca in quel che lui chiama amore qualcosa che non può esistere, l’annullamento della morte.
Buzzati ci racconta quanto sia facile per l’essere umano cadere nell’illusione di una soluzione definitiva a tutti i nostri problemi, difficoltà e paure, la morte regina di cuori delle nostre paure, quanto sia facile assorbire la nostra mente e la nostra vita in qualcosa di fittizio a cui attribuiamo il potere di salvarci. Per poi ricevere uno schiaffo in pieno volto, una secchiata d’acqua gelida in una gelida mattina d’inverno e renderci finalmente conto che avevamo pensato di trovarci, ma ci eravamo solo persi.
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