
Irène Némirovsky - Suite francese
Irène Némirovsky ci lascia un quadro inusuale della guerra, come vista da una prospettiva diversa. Forse dalla prospettiva di chi sa che tra poco sarà il suo turno. E infatti Irène Némirovsky non è riuscita a completare il suo romanzo, ideato in cinque parti, due sole delle quali portate a termine prima del suo arresto e della sua morte ad Auschwitz.
E’ difficile descrivere questo libro, commentarlo, mettere in ordine le impressioni che lascia dietro di sè.
La prima parte è la fotografia di una moltitudine di persone in fuga, nemmeno loro sanno verso dove. Certamente sanno da che cosa: il nemico invasore in procinto di bombardare un’intera città. E nell’esodo da Parigi del Giugno del 1940 persone, storie, speranze, vicissitudini, tremori interiori si mescolano e danno vita alla vita, nonostante la guerra. In fondo, gli esodi si sono sempre verificati, in ogni periodo (come non ricordare l’esodo dei Joad in “Furore” o l’esodo dei migliaia che altre migliaia vogliono respingere, oggi, come se non fosse affar loro).
Difficile affezionarsi al destino individuale dei suoi personaggi, difficile impressionarsi piangere arrabbiarsi per le loro morti. E’ più un affetto verso il loro destino comune, verso la comune lotta per una vita che si possa dire umana.
Nella seconda parte del libro i soldati tedeschi, entrati nei paesi e nelle campagne conquistate, diventano parte della vita dei villaggi, pur con tutto l’odio e il risentimento dei vinti. Ma sembra quasi che diventino parte delle loro vite, e quasi dispiace quando ripartono, destinati a una nuova campagna militare. Perché sono vite individuali, le loro, che vanno oltre il disegno guerresco sovraordinato e così lontano da ciascuno di loro. Anche se sono proprio loro, ogni singolo soldato, ad eseguirlo e attuarlo, credendo a quello spirito dell’alveare che determina ogni singola mossa. Ma c’è chi non ci sta: ci sono leggi che regolano il destino degli alveari e dei popoli, pensa Lucile Angellier, ma lei lo odia quello spirito collettivo, sciame ronzante e maligno che obbedisce a ignote finalità. Vuole essere libera dentro, libera di scegliere la propria strada, seguirla senza dover seguire lo sciame, schiava di una guerra che la priva di tutto ma con la ferrea volontà di difendere il proprio diritto di giudicare il proprio destino, di farsene beffe, di sfidarlo, di sfuggirgli se possibile. Fino a rendersi conto che anche i soldati non sono solo soldati del Reich, non sono mossi solo dagli ideali del reggimento e della patria, ma anche loro cercano, come tutti, la felicità, la possibilità di sviluppare le proprie doti e che quel desiderio legittimo viene costantemente ostacolato da una sorta di ragione di Stato che si chiama guerra. E lo sa bene il gatto Albert, che della guerra non ha un’idea e che procede in avanti nella sua vita nonostante la guerra. Lo sa bene Jeanne Michaud che, nel bel mezzo di una serie di esplosioni, sdraiata a terra in un prato con il cuore martellante in gola, sente una campanula rosa sfiorarle la bocca e vede una farfalla bianca volare senza fretta di fiore in fiore. Lo sanno le stradine di campagna, dove niente parla di guerra, dove scorrono le acque di fonte, gli usignoli cantano, le campane battono le ore, i fiori riempiono le siepi e le foglie giovani i rami degli alberi.
Ma l’uomo no, l’uomo non può restare indifferente a tutto questo ed è proprio in tutto questo che lo si può veramente conoscere:
“Gli eventi, fasti o nefasti che siano, non cambiano la sua natura ma permettono di definirla meglio, così come un colpo di vento, spazzando all’improvviso le foglie morte, rivela la forma di un albero; mettono in luce quello che era rimasto in ombra”
“E’ risaputo che l’essere umano è complesso, molteplice, diviso, misterioso, ma ci vogliono le guerre o i grandi rivolgimenti per constatarlo. E’ lo spettacolo più appassionante e più terribile, pensò ancora; il più terribile perché è il più vero: non ci si può illudere di conoscere il mare senza averlo visto nella tempesta come nella bonaccia. Solo chi ha osservato gli uomini e le donne in un periodo come questo può dire di conoscerli - e di conoscere sé stesso.”
Irène Némirovsky ci accompagna dentro una guerra distante da quell’avvenimento mitizzato nei libri apologetici, mostrandoci “porte che restavano chiuse a chi bussava per un bicchier d’acqua, sfollati che saccheggiavano le case; in tutti, ricchi o poveri che fossero, confusione, viltà, vanità, ignoranza!”, mostrandoci quella parte che “nessuno avrebbe saputo. Sarebbe stata una di quelle cose ignorate dalla posterità, o dalle quali questa avrebbe distolto per pudore lo sguardo”.
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