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Libertà e vincolo

Immagine del redattore: Claudio PederzaniClaudio Pederzani


La libertà è una condizione inalienabile dell’uomo, e dovrebbe esserlo anche per ogni altra forma di esistenza di questo pianeta. Ma a quanto pare, secondo Franzen - o meglio, secondo una certa parte di genere umano che Franzen si impegna a raccontare - non è così. Non così assoluta. Diciamo, relativa. Dipende dai punti di vista, insomma. Dalla prospettiva.

E così, cadiamo letteralmente nei panni di ciascuno degli attori della sua tragicomica messa in scena, esilarante, pietosa, che sguazza nelle reciproche autocommiserazioni, che si nutre del rancore e delle incomprensioni di ciascuno dei suoi personaggi. I Berglund, ecco chi sono i protagonisti, i coniugi Walter e Patty, e i loro figli, Joey e Jessica. E l’amico di Walter, Richard Katz, disregolata rockstar di successo. Sono loro che ci guidano attraverso questo mondo di libertà, che Patty dissipa nell’alcol e nel risentimento privo di un bersaglio preciso, che Walter difende a spada tratta a favore della dendroica - specie aviaria minacciata dalla libertà dell’uomo di sfruttare a proprio piacimento il pianeta, di possedere e far circolare animali domestici che ne minano la sopravvivenza - e che però lo allontana dai suoi simili in un isolamento incomprensibile ai più.

Quella di Patty, libera di soddisfare le proprie voglie con il migliore amico di Walter e tenerglielo nascosto per anni.

Quella di Joey, libero dal dover interagire con il padre nei momenti di crisi e libero dalle conversazioni troppo intime e personali con la madre, libero dal suo ego senza censure.

La libertà di Richard, finalmente all’apice del successo eppure mai così vicino al suicidio.

Le libertà da difendere in Iraq, quelle da combattere. Questa grande rottura di palle che di nome fa libertà, e la pretesa di sapere quale sia quella più giusta.

Oltre seicento pagine di libertà, che scorrono veloci come i paesaggi dal finestrino di un treno in corsa.

Sembra quasi una condizione irraggiungibile, la libertà descritta da Franzen. Una sorta di illusione, che una volta raggiunta si rivela per quello che è: qualcosa di insostenibile per la fragilità dell’essere umano, che non può far altro che distruggersi. Un’idea, insomma. Come se l’uomo, senza qualche tipo di vincolo e contenimento, fosse destinato a sgretolarsi.

Ognuno distrugge qualcosa, una volta toccata l’assenza di vincoli.

E’ un pò come la gestione elettronica del motore delle automobili, introdotta per impedire all’umano di distruggerle. Allo stesso modo, è come se tutti noi avessimo bisogno di una gestione relazionale del nostro motore emotivo, che funziona bene solo all’interno di un legame affettivo. Al di fuori, è il caos. Sembra quasi che secondo Franzen questa sia l’unica possibilità per l’uomo di essere libero.

E non si può fare a meno di rievocare il messaggio, decisamente più pessimista, trasmesso dal grande inquisitore, quello Dostoevskijano, che parla per bocca di Ivan Karamazov e grida l’universale e perpetua angoscia umana, quella tormentosa e assillante preoccupazione di cercarsi, non appena rimanga libero, qualcuno innanzi al quale genuflettersi, a cui affidare quella libertà spaventosa, troppo grande per gli uomini, deboli, pieni di vizi, inconsistenti e sediziosi. Sembra che Franzen ci conceda qualche possibilità in più. Ma Franzen non è Dostoevskij, non è stato graziato un soffio di vento prima che sul patibolo lo fucilassero. Qualche speranza in più, sulle nostre capacità, sembra inevitabilmente covarla.


La libertà. Tutti l’abbiamo, anche quando non la vediamo. Anche quando è più facile far finta di non vederla per sguazzare nel rancore, nelle recriminazioni, nell’autocommiserazione. Per rimanere dove siamo, per non fare un passo.

Ma ciò che conta, alla fine di tutto, sin dall’inizio, è come la usiamo.

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