top of page

Il fascino e la fatica di ciò che è nascosto

Immagine del redattore: Claudio PederzaniClaudio Pederzani

"La macchia umana" di Philip Roth


Quel che più mi affascina di questo romanzo è che molti personaggi, anche i più gretti, i più inutili, i più cinici, nascondono lati di umanità che - forse - non avremmo nemmeno voglia di conoscere, perché ciò ci costringerebbe a lasciar andare il giudizio netto e unilaterale, ci confonderebbe, e non sapremmo più da che parte stare.

E' un libro nel quale - con una scrittura pungente, meticolosa e mai pesante - Roth ci racconta la storia di Coleman Silk, straordinario, altezzoso, sagace, ironico, deciso e coltissimo uomo che lotta per affrancarsi dal percorso di vita predeterminato da chi lo ha messo al mondo, e che sceglie di vivere la propria vita in luogo di quella di qualcun altro. Anche Delphine Roux, la nemica poi non troppo nemica, è una donna che lotta strenuamente per vedersi riconosciuta e per non soccombere ai vari Coleman Silk di cui è popolato questo mondo, per non soccombere di fronte ai tentativi degli altri di metterla a tacere, appellandosi alla fiducia in sé stessa.

Nella sua lotta, Coleman Silk nasconde un segreto, condizione irrinunciabile per crearsi quella vita che altrimenti sarebbe dettata dal binario biologico del suo sangue negroide. E così si finge bianco. Lui, di un nero così chiaro e di un bianco così scuro da confondere. Nonostante il suo segreto, però, basta una parola innocentemente proferita e Coleman viene espulso dalla vita di cui fino ad allora ha fatto parte: il finto perbenismo di una società apparentemente immacolata ma in realtà sporca e compromessa si scaglia contro di lui, coloro che non sanno - e che non hanno intenzione di fermarsi e cercare di comprendere - sostengono di sapere, tutti sanno.

Tutti sanno della sua relazione, lui colto settantunenne, con una trentaquattrenne analfabeta, che analfabeta, in realtà, non è: eccolo, il di lei segreto.


Tutti sanno…Cosa? Tutto ciò che sta sotto l’anarchia del corso degli avvenimenti, le incertezze, i contrattempi, il disaccordo, le traumatiche irregolarità che caratterizzano le vicende umane? Nessuno sa, professoressa Roux. “Tutti sanno” è l’invocazione del cliché e l’inizio della banalizzazione dell’esperienza, e sono proprio la solennità e la presunta autorevolezza con cui la gente formula il cliché a riuscire così insopportabili. Ciò che noi sappiamo è che, in un modo non stereotipato, nessuno sa nulla. Non puoi sapere nulla. Le cose che sai…non le sai. Intenzioni? Motivi? Conseguenze? Significati? Tutto ciò che non sappiamo è stupefacente. Ancor più stupefacente è quello che crediamo di sapere.


Quello di Coleman è un esilio rabbioso, indignato, che avviene di fronte alla mentalità gretta e arretrata di un piccolo agglomerato di provincia, in cui rendersi inclassificabile, fuori da qualsivoglia schema, non inquadrabile in una qualunque categoria che permetta alle persone di non fermarsi per cercare di capire, implica come unica possibile conseguenza quella di essere messo in croce.

Coleman Silk viene messo in croce, così come Addie e Louis in “Le nostre anime di notte” di Kent Haruf. Coleman e Faunia, così come Addie e Louis, decidono di andare apertamente incontro al giudizio meschino delle persone: un concerto affollato, mano nella mano, come Addie e Louis in quel bar del centro città.

Quella mentalità gretta non accetta e non comprende la relazione tra il colto e anziano Coleman e la giovane e apparentemente analfabeta Faunia, donna a sé, che si sente estranea alla specie umana e molto più affine e vicina al mondo delle cornacchie. E’ una donna con un nucleo di genuinità e semplicità, che tiene per sé, anche lei con il suo segreto.

E’ un romanzo che parla della diversità, del tentativo di far rientrare in poche categorie il caos e il disordine, illusione di controllo che l’umanità porta avanti da secoli. E chi poteva sposare Coleman se non Iris Gittelman? Fautrice della diversità, del non essere né questo né quello ma qualcosa di intermedio, per la quale non c’è nulla di pauroso nelle apparenti deformità.


Perché le cose andrebbero come vanno, e la storia sarebbe quella che è, se ci fosse, intrinseca all’esistenza, una cosa chiamata normalità?


Iris legittima ogni forma di presunta anormalità, cancellando di fatto ogni forma di normalità, che viene così a mancare. Iris lancia un grido silente alle differenze, alle sfumature, ai non classificabile, e lotta per affermare queste istanze come degne di un’esistenza che vada al di là dello scorrere silenzioso, sotterraneo e parallelo a un mondo che si autoproclama normale e, in quanto tale, giusto.

Quando mi imbatto in questo tipo di letteratura, non posso non sentire quanto essa sia una forma di psicoterapia.


Un libro in cui trovare un modo - seppur per certi aspetti molto costoso in termini di energie e scelte di vita - con cui svincolarsi dal percorso prestabilito per noi da qualcun altro.

Un libro per accettare la diversità.

Commenti


Iscriviti alla mailing list per rimanere aggiornato sulle ultime pubblicazioni del blog

I miei contatti:                                                                                    Social

Indirizzo email: pederzani.claudio@gmail.com

Telefono: 3773168037

Studio: via XXIV Maggio 14, Fermo (FM)

  • Instagram Icona sociale
bottom of page