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Homo carceris

Immagine del redattore: Claudio PederzaniClaudio Pederzani

"Lamento di Portnoy" di Philip Roth


Alexander Portnoy è un uomo che restringe la propria vita al sesso, un uomo inquieto, articolato, cresciuto nei divieti, nelle inibizioni senza significato, nelle paure e nei conflitti familiari. Un uomo che si perde nel sesso quando la sola cosa che vorrebbe è una moglie e dei figli: una famiglia per la quale, però, si rende necessario un sentimento di fiducia e stima verso di sé di cui sembra assolutamente sprovvisto.

Nel suo fluviale monologo nello studio del proprio psicanalista Portnoy, ebreo figlio di emigrati polacchi negli USA, ripercorre la propria storia, deprecando sé stesso e la propria vita, ridicolizzando qualunque cosa gli accada, pensi, dica o faccia. E’ la lamentazione con la quale esprime tutta la propria incomprensione e autocommiserazione verso sé stesso e i propri sensi di colpa, nemmeno avesse mentito, tramato, corrotto o rubato come tanti altri fanno senza la minima indigestione la notte e sempre facendola franca. Ma lui no, anche se il giudice, il poliziotto, l’accusatore, è proprio lui stesso. Lui non riesce a farla franca di fronte al proprio aguzzino interiore.

Portnoy l’ebreo, che trasforma il bravo bambino che in tutto eccelle nel trentenne che rinchiude la propria vita nel sesso. Un uomo con una coscienza che ripugna ai suoi desideri e desideri che ripugnano alla sua coscienza. Un uomo che di fronte a quella che sarebbe potuta diventare sua moglie si chiede: “che cazzo ti fa sentire tanto soddisfatta di te?”, unicamente perché ben salda nelle proprie idee e convinzioni, nelle quali Portnoy si specchia vedendo riflessa la propria insicurezza e autocommiserazione.

Un lamento fine a sé stesso, al termine del quale il dottore, lo psicanalista presso cui è in cura, il dottor Spielvogel, finalmente domanda: Possiamo incominciare? Come a dire: bene, si fa qualcosa adesso per cambiare? Per iniziare ad apprezzare te stesso? O vuoi continuare a nasconderti dietro badilate di auto sarcasmo e autodisprezzo?

Alexander è il perfetto esempio di uomo intrappolato nei propri schemi, nelle proprie rigidità, attaccato e affezionato a ciò che - afferma, talvolta in maniera non troppo convinta - lo affligge. Alexander rappresenta l’uomo contemporaneo, che si culla nelle proprie gabbie proiettando fuori di sé tutto ciò che lo fa soffrire. L’uomo che sguazza nella propria melma.

Quando si renderà conto che i demoni che vede fuori abitano in realtà il suo mondo interno, solo allora potrà cambiare.


I primi artefici delle proprie prigioni, molto spesso, siamo noi.

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