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A chi puoi chiedere di qualcosa che non c'è, se non alla polvere?

Immagine del redattore: Claudio PederzaniClaudio Pederzani

Quello di cui vi parlo oggi è il terzo di tre capolavori legati a stretto giro da una tematica così potente da spaventare, se ci si sta all'interno come si deve, il terzo capitolo della saga - del tutto immaginaria - sugli amori illusori.

E’ una città polverosa, squallida, opprimente e soffocante quella in cui Arturo Bandini - giovane squattrinato in cerca di successo letterario - vaga alla ricerca di qualcosa da imprimere su carta. E’ l’unico progetto che popola la sua mente quando arriva a Los Angeles: esprimere lo scrittore, il genio letterario che sa di essere sempre stato, una sorta di seguace di Anthony Patch, il protagonista di “Belli e Dannati”. Entrambi convinti che lasceranno, prima o poi, qualcosa di grandioso agli intellettuali che osanneranno i loro lavori, entrambi immersi nelle rispettive illusioni di fama e successo. Entrambi schiavi di un’ossessione: Gloria Gilbert per Anthony, Camilla Lopez per Arturo. Gloria e Camilla come sostanza e struttura delle loro giornate, locomotiva delle loro vite, becere illusioni e fughe verso mondi di perfezione.

Arturo Bandini è un giovanotto pieno di sé - ma in fondo all’animo buono e profondamente insicuro - che si innamora di Camilla, una giovane cameriera messicana altrettanto schiava di un’altra illusione, quella di un successo inseguito da milioni di persone sradicate dalle proprie vite, persone senza più radici, trapiantate dalla propria terra in quella sudicia città come fiori nel cemento, inseguendo un sogno chiamato successo e denaro e appagamento. Che però non arriva mai. La Los Angeles di Arturo Bandini è una città dedita al denaro, al lavoro, alla corsa affannosa dietro ideali che non verranno mai raggiunti, perché sono le persone stesse che la popolano a non sapere dove andare. Perché non c’è nessun posto in cui andare, c’è solo da stare.

Arturo si innamora di Camilla e insegue il suo amore con la rabbia cieca degli umiliati e offesi, incapace di arrendersi di fronte al suo disprezzo e disinteresse.

Ci ritroviamo immersi in pagine fatte di sogni infranti, esistenze febbrili, progetti senza speranze. Pagine di una consistenza talmente densa da rimanerci invischiati. Come colla, la canicola polverosa delle sudicie strade della città si appiccica alla giovane esistenza di Arturo, avvolgendolo come bolla, fino al disintegrarsi della sua più grande illusione, quella di un amore come salvezza dal comune e misero destino dell’uomo. L’amore come salvezza da quella torre alta e nera da cui cerca invano di scappare - in “Un amore” di Dino Buzzati - Antonio Dorigo, perso dietro l’ossessione per Laide Anfossi. La salvezza dalla consistenza molle e gelatinosa delle grigie e vuote giornate di Anthony Patch nel mondo di “Belli e Dannati”. Vite senza un progetto personale, senza una realizzazione che vada oltre la soddisfazione imminente di un piacere carnale o di una sbronza festaiola. Perché anche il progetto di Arturo di scrivere un libro grandioso e memorabile non è che un’altra pura illusione. E lo vede bene Arturo, che tutto perde di importanza non appena lo raggiunge, che è solo un incessante scappare dalla versione più profonda e autentica di sé, dalla paura più antica e spaventosa, quella del triste e patetico destino comune dell’uomo. Eppure, è come se Arturo fosse attratto da tutto questo marciume illusorio, da questo “affascinante laidume” nel quale Camilla cercherà rifugio. Ma non basterà, Camilla fuggirà nel deserto del Mojave. Quello della Apple, esatto. Che uccide, in gran segreto nasconde la morte. Non gli si sopravvive, generoso dispensatore di morte, se solo glielo si chiede te la concede, preannunciandosi con le sue sabbie appiccicose che avvolgono tutta la città, nata ai suoi piedi e che si finge estranea, con il suo luccichio, a ciò verso cui tutti camminiamo.


Se stai inseguendo un’ossessione, queste pagine ti aiuteranno.

Forse.

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